Perché è importante vegliare per le vittime dell’omofobia?

Riflessioni di Gianluca Tornese*, autore del romanzo Marito & Marito

Perché è ancora importante essere presenti alle veglie di preghiera per le vittime dell’omofobia?
Ogni tanto è giusto chiederselo per evitare che diventi un’abitudine, una di quelle cose che si fanno senza ricordare le motivazioni che ci hanno spinto e che ci spingono tutt’oggi, magari diverse tra di loro. Cosa c’è, allora, di così importante in queste veglie? Ripenso alla mia storia personale e intravedo almeno 2 motivi fondamentali per cui è necessario vegliare ancora insieme.

Il primo aspetto lo ritrovo guardando indietro di qualche anno, scrutandomi da lontano mentre mi appresto ad andare alla mia prima veglia. Allora mi sentivo principalmente uno dei destinatari delle preghiere, una vittima DOC dell’omofobia. Avevo bisogno di trovare un porto sicuro dopo aver attraversato la “tempesta” della lotta interna tra fede e orientamento sessuale. Ricordo che non dissi niente del dove andavo e cosa facevo, né agli amici né tantomeno alla famiglia. E, mentre mi avvicinavo alla chiesa che ospitava la veglia, ero sommerso dalla paura: paura di essere riconosciuto, paura che si scattassero delle foto, paura di fare qualcosa di sbagliato. Paura di me stesso. Ma ricordo soprattutto l’accoglienza di chi aveva preparato quella veglia, la gioia nel poter pregare liberamente in quanto gay e per chi era gay come me, la serenità che mi accompagnò a casa. Fu proprio allora che iniziai a pensare che sarebbe stato bello camminare con un gruppo di fratelli che come me avevano attraversato la stessa “tempesta”. Questo primo aspetto, quindi, lo chiamerei “culturale”: credo, infatti, che le veglie siano l’occasione per diffondere una cultura della diversità, del rispetto, dell’accoglienza, prima di tutto proprio verso gli omosessuali che – soverchiati dalla vergogna – sono i primi carnefici di se stessi, ma anche verso il resto della società che ci circonda.

L’altro aspetto, invece, lo trovo scorrendo avanti di qualche anno, guardando alla gioia e alla trepidazione delle ultime veglie organizzate con gli amici del Progetto Rùah, ai miei amici gay ed etero che vi hanno partecipato, alla mia famiglia che si è unita a distanza alla preghiera, alla testimonianza offerta a chi si affacciava per la prima volta, alla soddisfazione nel sapere di fare qualcosa di piccolo ma di importante. In pratica, si tratta della consapevolezza di essere dall’altra parte, ad accogliere piuttosto che ad essere accolti, a pregare piuttosto che a chiedere preghiera, cercando – come dice la preghiera semplice – “non tanto di essere consolato, quanto di consolare; non di essere compreso, quanto di comprendere; non di essere amato, quanto di amare”. Lo chiamerei quindi un aspetto “spirituale”. Non intendo, certo, la preghiera fine a se stessa, ma la concretizzazione di una fede cristiana che è soprattutto testimonianza e amore. Si può essere testimonianza per chi è presente alla veglia, ma anche per chi non c’è; si può seminare qualcosa che vedremo germogliare solo molto tempo dopo, o che forse non vedremo mai crescere sotto i nostri occhi, ma che porterà il suo frutto ugualmente. Penso, per esempio, all’anno scorso, quando abbiamo avuto tra di noi anche una “sentinella in piedi” alquanto agguerrita: non credo che la veglia abbia cambiato di una virgola le sue posizioni, ma confido che quella preghiera possa essere servita anche a lei. E aggiungerei, quindi, all’intenzione delle veglie anche chi ci perseguita:  “Chiedete a Dio di benedire quelli che vi perseguitano; di perdonarli, non di castigarli”. (Rm 12,14-15). “Se infatti amate quelli che vi amano, che premio ne avete?” (Mt 5,46).

I due aspetti, ovviamente, non sono esclusivi, ma sono concatenati e si rincorrono l’un l’altro in un circolo virtuoso: “poiché è dando che si riceve, perdonando che si è perdonati, morendo che si resuscita a vita eterna”. E io stesso, quando credevo di dare, mi sono ritrovato a ricevere cento volte tanto.
Allora portate la vostra testimonianza e il vostro amore e siate presenti alla veglia più vicina! E buona veglia a tutti: a chi la organizza da anni, a chi parteciperà per la prima volta, a chi accompagnerà un amico gay o un’amica lesbica, a chi ci capiterà per sbaglio, a chi la ospiterà, ma anche a chi la ostacolerà, a chi la snobberà, a chi la saboterà o la indicherà come l’ennesima manifestazione della fantomatica ‘ideologia del gender’.

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* Gianluca Tornese è nato a Brindisi nel 1980, dove ha vissuto fino ai 18 anni, per poi trasferirsi al nord. E’ autore del romanzo semi-autobiografico Marito & Marito, (editrice Claudiana, 2012, pp. 210), racconto ironico e coinvolgente del cammino di scoperta e del coming out di un giovane gay cattolico.