“Amatevi gli uni gli altri. Come io vi ho amati” (Giovanni 13,34)

Riflessioni su Giovanni 13,34, versetto delle veglie 2016, a cura della Commissione Fede e Omosessualità delle chiese Battista, Metodista, Valdese

Io vi do un nuovo comandamento: che vi amiate gli uni gli altri. Come io vi ho amati, anche voi amatevi gli uni gli altri.” (Giovanni 13,34)

1) Con l’esempio della propria vita Gesù pone un modello non tanto da imitare quanto da vivere: “come io vi ho amato” è infatti molto più di un modello: è una possibilità aperta. L’esistenza concreta di Gesù, fatta di carne e sangue, tangibile ai discepoli e alle discepole, egli la dona già nell’istituzione della Cena pasquale. Non è un dono parcellizzato in regolamenti e condizioni, in regole e discipline.

2) Nel suo discorso di addio, Gesù non cita come altrove la legge del Levitico “Amerai il prossimo tuo come (un altro) te stesso” (Lev 19,18); infatti ormai non si tratta di adempiere la legge attraverso il sunto di tutti i comandamenti o una “regola d’oro”. Questo è un comandamento “nuovo” (v.34). Infatti è un comandamento che non può essere comandato, deve scaturire dalle profondità di una persona che si sa amata. Così il Figlio (5,17 8,14 10,17) sa da dove viene e di essere amato dal Padre.

3) Il limite del comandamento “amerai il prossimo come (un altro) te stesso” è che non so se amo me stesso e se so che cosa significa amare. Forse non amo me stesso ma penso di amare la persona, le aspettative e l’immagine che altri hanno proiettato su di me. Forse non amo chi sono veramente, forse non so neppure chi sono. Quindi, da questo punto di vista, non saprei amare.

4) Gesù ci invita a prendere come fondamento della vita il suo amore per noi, il suo modo di amare. Ci viene chiesto di amarci gli uni gli altri “come” lui noi. Nel Vangelo di Giovanni troviamo l’espressione di questo amore:
a) l’amore che rispetta l’alterità e la diversità: egli dialoga con chi è diversa o diverso da lui e non giudica nessuno (8,15) che si tratti di Nicodemo (3,1-11), della Samaritana (4,7-40) o della donna catturata (8,1-11)
b) l’amore che pone al centro la persona: non le leggi di purità religiosa, cerimoniale o del Sabato, ma la persona in tutta la sua complessità. Vedi il paralitico di Betsaida (5, 2-10) o il cieco nato (9,1-38).
c) l’amore sacrificale: egli chiama i suoi discepoli e discepole amici, non servi, anche se lui stesso si fa volontariamente servo (13,12-16) e dà loro quanto ha di più prezioso: la sua vita (10,11).

5) Prima di poter amare “come Gesù” bisogna che abbiamo la consapevolezza di essere amati da lui. Per questo, le sue parole sono rivolte non al “mondo” ma alla comunità dei discepoli e discepole, e l’invito è alla reciprocità dell’amore. Egli lava i piedi ai suoi discepoli prima di chiedere loro un atto di servizio. Come Pietro, bisogna che permettiamo a Cristo, che è Maestro e Signore, di lavarci i piedi.

6) Il mondo saprà che siamo suoi discepoli se abbiamo amore gli uni per gli altri. L’amore gli uni per gli altri non è un sentimento da provare ma un atto deliberato, una scelta. Gesù ama fino in fondo i suoi, tra cui vi è anche Giuda.

7) Perché è nuovo questo comandamento? Perché è inaudito, prende ispirazione dalla vita, dal testamento e dalla passione di Gesù. Dio dimostra il suo amore a noi nel suo volto umano, che è Gesù (3,16).

Ulteriori riflessioni per la Veglia:

1) Cristo mi ha amato così come sono senza voler cambiare chi sono e senza accettare gli stereotipi e i pregiudizi che altri o forse io stesso ho imposto su di me. Il suo amore caccia via la paura (I Giovanni 4,18)

2) Anch’io posso amare me stessa o me stesso come Cristo ha amato me, e con me stesso amare i miei fratelli e sorelle. Proprio perché amata, questa mia identità profonda non deve più nascondersi, posso amare con, non senza, il mio orientamento sessuale, la mia corporeità, la mia anima, la mia intelligenza consapevole.

3) L’amore di Gesù scaturisce dalla sua vita abbondante: il primo miracolo è compiuto nel segno della festa: egli trasforma l’acqua in vino (2,1-12); moltiplica i pani perché è il pane (6,51), apre gli occhi ai non vedenti, perché ama la vita e la dona liberamente (10,10). Amore e vita abbondante vanno insieme.

4) Questo amore non è la negazione della sessualità e dei suoi vari orientamenti. La passione di Gesù non è per la morte, bensì per la vita. Gesù non sottrae il desiderio intenso dal dono e dalla comunione (Luca 22,15). Senza la spinta dell’eros non ci sarebbe pulsione di vita.

5) Ma amore va insieme a verità e a libertà. L’amore di Gesù si esprime come pulsione per la verità. La verità ci fa liberi (8,32), e solo se siamo persone interiormente libere, il nostro amore sarà disinteressato. La parola di Cristo ci libera dall’identità falsa che ci viene affibbiata o imposta dalla religione, dalla famiglia, dalla cultura (3,1-13, cap.4).

6 Questa verità, spesso in catene, può turbarci come turbò Pilato, ma ci indica la via verso la libertà di figli. Spesso non ci sentiamo di casa perché non abbiamo affrontato la dolorosa verità su noi stessi. Pur illudendoci di essere liberi, stiamo solo recitando un copione di normalità (8,31-36). Difficile amare noi stessi se non accogliamo noi stessi e non ci sentiamo accolti per quello che davanti a Dio scopriamo di essere. Difficile amare gli altri se non abbiamo accolto con gioia la nostra unica, inalienabile, irripetibile esistenza e se esigiamo che anche gli altri rinneghino sé stessi per adeguarsi alle norme culturali e religiose richieste da una determinata società.

7) L’amore scaturisce dalla libertà; la libertà è una conquista della verità; la verità è rivelata nella parola di Cristo – una parola molto vicina al nostro cuore (Deut 30,14), che non tradisce l’umano (1,14) e ci solleva dalla condanna mentre espone le nostre paure ed illusioni, la nostra ambiguità e presunzione.

8) Cristo ci ama, e nell’amarci ci restituisce a noi stessi, a quell’io profondo che anela alla libertà. Da Cristo riceviamo il dono dell’amore, che penetra al di là delle maschere, delle paure, delle illusioni che rivestono sia noi che il nostro prossimo, per raggiungere l’io profondo, che grida per un riconoscimento e chiede di essere accolto nella sua alterità.

9) Il regno d’amore di questo re legato di fronte a Pilato non è di questo mondo. Va contro natura, non accetta la disposizione naturale delle cose: non lascia le vittime dell’oppressione patriarcale sotto il peccato della connivenza (8,1-11), né che i non vedenti restino ciechi (cap. 9), ma li libera dai ruoli previsti e precostituiti; mette su un cammino responsabile chi non può procedere con le proprie gambe, liberando dall’attesa illusoria della religione o della fortuna (5,5-14).

10) Gesù mostra il suo amore liberante di Sabato, per indicare che esso non è prigioniero delle istituzioni, né sentimentale o consolatorio. È un amore trasformato: il settimo giorno del riposo di Dio (il sabato) si esprime come intervento di guarigione e di valorizzazione delle creature nel loro divenire storico (5,17).

11) Il Figlio rende libera la persona amata, perché non solo la rispetta nella sua essenza, ma la trasforma in ciò che deve essere, in ciò che vuole essere. Il prezzo della libertà è alto: richiede lo svelamento, cioè la verità su noi stessi (8,32). L’amore paga il prezzo della libertà, ma mai senza la verità (18,33-38).