Che senso ha “Benedire quelli che ci perseguitano”?

Sermone tenuto da Giovanni Bernardini, studente di teologia della Facoltà Valdese di Teologia di Roma, al Culto domenicale per il superamento dell’omofobia della Comunita evangelica ecumenica di Albano Laziale (Roma), aderente all’UCEBI, il 21 maggio 2017

Benedite quelli che vi perseguitano. Benedite e non maledite” (Romani 12,14). Dunque, non so voi ma, dopo aver letto questo testo, il mio primo pensiero è stato “ecco, bell’idea, noi sono anni che lottiamo affinché cessino violenze, aggressioni e discriminazioni verso persone omosessuali e transessuali; e poi arriva Paolo che dice cosa? Benedite quelli che vi perseguitano?! e magari poteva anche aggiungere state cheti e non vi ribellate! Ma io gli faccio un fondello così!”.
Poi, ecco, diciamo che ho fatto un paio di respiri profondi e a mente lucida ho ritenuto che sarebbe stato poco proficuo fare un sermone su quanto mi sembrino fuori luogo queste parole dell’apostolo. E sapete che vi dico? La mia ritrovata calma è stata premiata, se così vogliamo dire, qualche versetto dopo. Al versetto 20 della medesima lettera Paolo scrive “Anzi, «se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere; poiché, facendo così, tu radunerai dei carboni accesi sul suo capo»“.

Alla luce di questo versetto le precedenti affermazioni hanno improvvisamente assunto tutto un altro aspetto. E così mi sono chiesto, stai a vedere che lo stesso principio dei carboni accesi vale anche nella dinamica benedici chi ti maledice? Se prendiamo per buona questa teoria la dinamica cambia parecchio; ma andiamo con ordine.

Riprendiamo dal primo pezzo di Romani 12.14 “benedite – quelli – che vi perseguitano”. Benedire, come anche il perdonare non è un qualcosa di banale, se fatto dal profondo del cuore. Nella benedizione c’è anche la dimensione della condivisione, io benedico un’azione quando ritengo che quell’azione rispecchi pienamente la mia opinione, la mia deontologia e la mia persona. Come posso dunque benedire il mio aggressore? Come posso essere d’accordo con il suo gesto violento nei miei confronti fino al punto di benedirlo? Significa forse che me lo merito? Significa che tutte le discriminazioni di cui sono vittima sono la giusta conseguenza del mio comportamento? Cosa sono dunque i loro gesti? L’ultimo disperato tentativo di salvarmi da una via deviata dalla moralità corrotta? Dalla mia sessualità contro natura?

No, assolutamente no. La violenza non ha giustificazione, mai! Chi rinuncia al dialogo e passa all’aggressione, che sia verbale, fisica, psicologica o anche tutte queste assieme, ha semplicemente rinunciato alla sua intelligenza e si è lasciato prostrare dai sentimenti di rabbia, rabbia spesso scaturita dalla paura dell’ignoto, del diverso, di ciò che la loro mente reputa controsenso.
Benedire i nostri aggressori significa dimostrare loro che l’alternativa alla violenza esiste, vuol dire dimostrare loro che noi siamo più forti dei loro insulti dei loro calci dei loro abusi. Subire per poi maledire, in questo caso, assumerebbe la stessa capacità di cambiamento dell’espressione infantile “specchio riflesso”. Rispondere al male con altro male non può che portare ad un’escalation di violenza, la violenza si spegne solamente con l’amore, che nel testo di Paolo si trasforma in benedizioni, persino contro i persecutori.

Mi rendo conto che in questo momento sembrano solamente parole, molti di voi staranno magari pensando che la realtà è molto più cruda. Ed io vi do ragione, questa è la teoria, la pratica è molto più faticosa.
Ma se avessimo deciso che tanto non c’è nulla da fare, cosa ci faremmo noi qui? Per ricordare le vittime non c’è bisogno necessariamente di un culto, anzi, le veglie sono decisamente una formula più appropriata. Noi siamo qui perché abbiamo deciso di dire a tutti coloro che ci voglio male che la nostra fede è più forte dei loro pugni, che noi non siamo soli, che le vittime non rimangono sole, che la persona a terra non rimarrà a terra ma si rialza, e contro qualunque aspettativa non brama la vendetta, anzi fa qualcosa di ancora più forte, è pronta a perdonare la tua debolezza, la debolezza che ti ha portato alla paura, la paura che ha innescato il tuo gesto.

Benedire, dunque, non significa sottomettersi o trasformarsi in vittime silenti che subiscono senza fiatare. Benedire significa guardare l’aggressore a testa alta e con decisione affermare che si è liberi dalle catene dell’odio.
Cari fratelli e care sorelle, resistere all’impulsività dei sentimenti non è mai facile; e nessuno pretende che lo sia. Paolo con le sue parole non ci sta ammonendo, ci sta invitando a riflettere sulle nostre azioni e reazioni, ci sta invitando a fare la differenza.

Possano dunque i nostri gesti accompagnare nei fatti le nostre parole. Amen.

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