“Tu ami tutte le cose esistenti e niente di ciò che hai fatto ti dispiace” (Sap 11, 24)

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Riflessioni di Antonio De Caro del gruppo Spiritualità Arcobaleno di Parma

“Tu ami tutte le cose esistenti e niente di ciò che hai fatto ti dispiace. Perché tutto è frutto del tuo amore” (Sap 11, 24)

Il libro della Sapienza fa parte dei testi “deuterocanonici”, poiché è presente solo nella tradizione biblica dei Settanta; è stato scritto in greco (meno probabilmente tradotto in greco dall’ebraico) e risale agli ultimi decenni del I sec. a. C. Pertanto, è l’ultimo libro dell’Antico Testamento.

Il suo autore si rivolge alla comunità ebraica di Alessandria d’Egitto. Si tratta di una comunità distante -nello spazio e nel tempo- dalla tradizione di Israele; Alessandria, per di più, era già da tre secoli il centro principale della cultura greca, grazie al Museo e alla Biblioteca fondati e promossi dalla dinastia regnante. Si comprende, allora, come le figure sacerdotali tentassero di mantenere viva la fede originaria, l’identità culturale e religiosa di Israele, in una comunità moderna, sicuramente calata in un orizzonte linguistico e culturale diverso dalla Torah. Il libro della Sapienza, quindi, attesta un’evoluzione interna all’Antico Testamento, evoluzione resa possibile dal dialogo con la cultura ellenistica, che doveva essere ben nota all’autore. Di più: l’autore riconosce alla filosofia greca il merito di avere cercato il principio assoluto dell’universo, identificandolo con le forze della natura (13.1-9). Si tratta di un tentativo imperfetto, poiché il Dio creatore è assolutamente superiore alle creature, ma pur tuttavia di uno sforzo costruttivo e positivo, almeno intenzionalmente.

Il libro della Sapienza, quindi, nasce da un’esigenza di approfondimento e di sintesi fra due culture, dall’intento di preservare il nucleo originario di quella ebraica senza misconoscere gli stimoli fecondi di quella greca, che possono aiutare a chiarire la specifica identità del messaggio biblico. L’autore del testo, cioè, si propone di calare la tradizione in un orizzonte di modernità, in una cultura la cui ricchezza non poteva essere superficialmente disprezzata come “pagana”, ma di cui andavano accolte alcune intuizioni. Tecnicamente, questa operazione corrisponde alla forma del midraš, con cui i rabbini delle comunità ebraiche della diaspora (lontane, come dicevamo, nello spazio e nel tempo) tentavano di aggiornare il messaggio biblico mostrandone il significato attuale e il nucleo vitale pur in un contesto differente da quello originario.

Il messaggio di Dio, insomma, che rimane valido come sapere eterno e trascendente, entra nella storia e viaggia con l’uomo, attraversandone le città e dialogando con le sue culture. Tale straordinaria intuizione si riflette nella struttura stessa del libro della Sapienza, in cui i primi 9 capitoli trattano temi speculativi e teologici, mentre i successivi 10 rintracciano i segni della sapienza amorevole di Dio nella storia del popolo di Israele. Sono questi i libri in cui è più evidente la tecnica del midraš, della “lettura attualizzante”, che non costituisce solo un espediente comunicativo, ma nasce dall’intuizione profonda che, se il messaggio di Dio è autenticamente salvifico, esso deve potersi “incarnare” nella concreta vita di ogni giorno, anche in luoghi e tempi diversi.

Il libro, come accennavamo, entra in dialogo anche con gli altri testi dell’Antico Testamento: ad esempio, tende a ridimensionare fortemente, se non a confutare, il pessimismo di Qoelet. Dio non ha creato gli esseri per la sofferenza e per la morte, che invece è una conseguenza del male e del peccato; Dio ha creato gli esseri per la festa della vita, che toccherà in sorte alle anime dei giusti. Proprio la fede nella vita eterna, presentata come gioia alla presenza di Dio, è una delle novità più significative di questo libro, poiché nella tradizione biblica precedente tutte le anime, buone o cattive, dopo la morte erano destinate al nulla o ad una condizione buia e misera, senza alcuna distinzione. L’autore crede invece nell’immortalità, considerata come premio per chi ha seguito la sapienza, cioè si è posto costantemente in sintonia con i pensieri di Dio: sembra di cogliere l’idea che questa trasformazione interiore conti di più dell’esteriore osservanza della legge.

Queste considerazioni spiegano per quale motivo il libro della Sapienza dovrebbe essere particolarmente caro ai cristiani LGBT. Esso spalanca la gioia della comunione con Dio per chi è stato perseguitato: la fede nella resurrezione, celebrata in questo libro, ci porta quasi alle soglie del mistero pasquale. Nello stesso tempo rivela che il messaggio di Dio non è monolitico ed immutabile, ma può essere compreso sempre meglio. La sapienza dell’autore tende a dimostrare che è possibile interpretare anche l’Antico Testamento alla luce di una sensibilità moderna, che accoglie gli spunti della saggezza umana e li rivaluta nell’ambito dell’amicizia con Dio. Il libro della Sapienza, insomma, può essere una grande risorsa contro le interpretazioni sterilmente giuridiche ed integraliste della Bibbia, poiché mostra un Dio sorridente e provvidente, che ha creato tutte le cose come riflesso della Sua bontà e della Sua bellezza e per questo non le disprezza. Il libro della Sapienza ci ricorda che ogni creatura umana è bella e preziosa agli occhi di Dio e reca traccia dell’amore che l’ha generata.

La storia di questo libro, strettamente intrecciata con la formazione del testo biblico e dei canoni, potrebbe suggerire e corroborare un nuovo approccio esegetico, proprio sul tema degli orientamenti sessuali e della diversità, poiché per la Sapienza è importante portare dentro ed attraverso la storia un volto di Dio che si mantiene intelligente, misericordioso e philanthropos, cioè “amico degli uomini”. E che guarda non le condizioni esteriori di vita, ma il cuore delle persone: per cui l’autore non teme di proporre due esempi scandalosi per i pregiudizi antichi, quello della donna sterile e dell’eunuco (3.13-14), che riceveranno il premio per le loro scelte morali. Altrettanto rilevante è 19.13-18, alla fine del libro (quindi in posizione di rilievo): l’autore richiama la storia di Sodoma e chiarisce con evidenza che quella malvagità, lungi dal riguardare i comportamenti sessuali, consisteva nella violenza contro lo straniero. Sodomita, quindi, è chi agisce con odio ed esercita oppressione nei confronti di chi chiede asilo e protezione: l’autore lo ricorda anche a proposito della schiavitù di Israele in Egitto, allo scopo di tutelare i diritti civili della comunità ebraica ad Alessandra.

Insomma, uno straordinario midraš, volto a rivelare che la Parola di Dio va costantemente riletta e reinterpretata alla luce della vita contemporanea: e questo non per eroderne i fondamenti, ma per costruire comunità sempre più accoglienti, sapienti e in sintonia con il “Signore amante della vita”.