Sono un ragazzo in cerca di una comunità nei gruppi di credenti LGBT

Intervento tenuto da Luca B. del Progetto Giovani cristiani LGBT alla veglia di preghiera per le vittime dell’omofobia di Parma il 16 maggio 2019

Riflettendo su quello che è il movimento dei cristiani LGBT la prima cosa a cui penso è al mio passato. Fino a qualche anno fa mi chiedevo se davvero ci fosse la possibilità di vivere il mio orientamento affettivo alla luce della mia fede, se tutto ciò che Dio mi ha donato potesse stare nella stessa persona, o se, al contrario ci fosse qualcosa di sbagliato in me, se non dovessi invece rinunciare a qualcosa. Già da adolescente ero consapevole della mia condizione di omosessuale cristiano e nel tempo ho provato più volte a rinnegare l’uno e l’altro. Fino a qualche anno fa non c’era tutto questo dibattito sul tema da parte delle Chiese, e non conoscevo nessuno che fosse come me.

Pensando a ciò che sono stati i gruppi di credenti omosessuali, vedo come, per coloro che negli anni si sono spesi e continuano a spendersi per le chiese, questi sono stati un riparo, un primo punto di approdo in grado di proteggere dai continui attacchi, da quanto ho potuto apprendere, nel tempo essi sono divenuti piccoli porti sicuri al riparo dalla solitudine che io stesso ho dovuto attraversare. A poco a poco questi, similmente alle repubbliche marinare, nate per l’insicurezza delle vie terrestri, hanno saputo costruire, nonostante le difficoltà, una vera e propria rete di scambio delle proprie speranze.

Da piccoli gruppi e contatti si sono organizzate dentro e fuori le comunità cristiane gruppi di accoglienza, di auto-aiuto e preghiera, luoghi dove si condividono i propri vissuti, dove si provano a coltivare una temeraria speranza, una fede coraggiosa, dove si può incontrare la Parola di Dio lontano dal pregiudizio di chi ci ha in qualche modo allontanato dalla nostre chiese di appartenenza, chiese che oggi più che mai stanno iniziando a posare il proprio sguardo sulle persone LGBT e sulla necessità di accogliere le loro vite come credenti, talvolta anche impegnati in una relazione coniugale.

Condividere un pezzo di cammino con chi si è sentito malvoluto, scartato o addirittura escluso e condannato mi ha aiutato a scoprire la necessità della compassione, della perseveranza e del perdono; ha aiutato a sentirmi meno solo facendo esperienza dell’amore accogliente di un gruppo e di Dio stesso, e ha favorito nella maggior parte dei casi aperture dialoghi inediti con i miei cari, amici e familiari. Se è vero che siamo costituiti delle relazioni che sappiamo coltivare, i gruppi hanno portato ad un’esistenza più umana e autentica, una vita più vera e consistente.

Ancora oggi l’esperienza dei gruppi di credenti LGBT è occasione di testimonianza e riflessione su quello che è il messaggio evangelico anche per chi come noi, un bel giorno, si è scoperto dentro un’esistenza che non avrebbe mai osato immaginare né chiedere, ci si è trovato dentro prendendone lentamente coscienza, senza un perché e con mille domande senza destinatario.
La mia semplice esperienza, molto simile a tante altre, è quella di chi per anni ha vissuto ogni giorno nel bivio impossibile tra Dio e se stesso. Non c’era possibilità di imboccare entrambe queste strade, o una o l’altra. Sono rimasto davanti a questo bivio apparente per anni prima di capire che Dio per ciascun uomo ha in mente un sentiero che non è stato ancora battuto. È grazie alle persone che hanno trovato il coraggio di andare oltre questo falso dilemma che oggi possiamo vivere il modo in cui ci è dato di amare, il fatto che siamo dotati di una sessualità, di emozioni, di un corpo e di passioni come tutte le altre persone.

Amare per come siamo è una sfida immensa per tutti immagino, per la mia esperienza la grande difficoltà è stata scoprire che il nostro amare, come cristiani LBGT, il donare noi stessi è qualcosa non solo di lecito, ma anche di dignitoso.

Se oggi queste cose possono apparire scontate, verso la fine degli anni Settanta in Italia la situazione era completamente diversa, chi è nato prima di me ha ben presente ciò di cui parlo, molto meglio di me. Ora, per quanto abbia avuto la fortuna di nascere lontano dal contesto storico delle condanne e violenze più crudeli, capisco di esserne comunque un degno erede.

Il mio cammino è iniziato qualche anno fa, nel 2014, dopo 10 lunghi anni di solitudine.

Sono nato in un contesto rurale dove non c’era parola alcuna che mi potesse far sentire a casa o accolto, avevo l’affetto degli amici ma non ho incontrato mai nessuno che potesse capire come mi sentivo davvero. Era come essere l’ultimo di una specie ormai estinta, condannato a vivere, schiacciato da un giudizio che rendeva amaro ogni sentimento e ogni affetto e tenerezza.

Straniato poi dall’essere cristiano e omosessuale, per gli amici credenti come me ero quasi un uomo senza vocazione, quasi che Dio si fosse dimenticato di me. Sentirsi gli unici sul pianeta è un’esperienza comune a molti omosessuali cristiani. Prima di conoscere qualcuno come noi sperimentiamo un senso di eterna lontananza da casa.

Il mio cammino è iniziato quando ormai sfinito dalla mia situazione decido di aprirmi con il sacerdote della mia associazione. Grazie a questo passo, un po’ temerario, scopro di non essere più così gradito, che la verità ha un costo, ma che dopo qualche anno mi avrebbe reso davvero più libero. Contro la mia volontà vengo lentamente buttato fuori da un sentiero che consideravo sicuro per quanto in realtà mi rendesse infelice. Arrabbiato come non mai, rigurgitato da una comunità che è stato il mio riparo per molti anni mi ritrovo orfano di ciò che pensavo essere la Chiesa, la mia sola vera casa. Non me ne sono andato, non ho sbattuto la porta, sono rimasto dentro i legami che con gli anni si sono creati, ho sempre accettato ogni responsabilità con timore e alla fine ho sempre dovuto rinunciarvi per problemi legati alla mia omosessualità.

In quei momenti ho odiato più che mai me Dio stesso, cercato di capire cosa volesse da me, se davvero volesse qualcosa oltre a far ombra e disperdere calore corporeo. Cercando la parola omosessualità ovunque mi sono imbattuto prima nel sito Gionata e poi nella rete di persone, amici, familiari ed operatori pastorali che parlavano liberamente, apertamente e con disinvoltura dell’amore di Dio per le persone omosessuali, dell’amore omosessuale e di che cosa significhi per una persona omosessuale essere credente.

La mia esperienza nei gruppi di credenti LGBT mi ha fatto sentire, per la prima volta da anni, amato da Dio come Figlio, uguale alle altre persone, a poco a poco è stato come riacquistare la vista, l’udito, il battito cardiaco. Questo credo sia uno dei carismi più preziosi dei gruppi credenti: il desiderio di aiutare gli altri a riscoprirsi amati da Dio, aiutare le persone ad uscire dalla corazza della solitudine per scoprire la propria vocazione all’amore.

Ad oggi le persone LGBT fanno ancora esperienze di esclusione, talvolta veramente strazianti, ma per fortuna le nuove generazioni sembrano essere sempre meno vittime di forme di esclusione e violenza.

Ma una volta risolto il problema dell’accoglienza saranno forse destinati a sparire i gruppi?

Ora per quanto fino a qualche tempo fa fossi convinto che l’esperienza dei gruppi fosse destinata ad integrarsi a poco a poco nelle varie parrocchie e comunità locali, nelle pastorali ordinarie, e quindi col tempo a scomparire, mi sono dovuto ricredere, infatti negli ultimi anni i cristiani LGBT nei rispettivi gruppi hanno potuto sperimentare nuove forme di testimonianza al di fuori dei propri gruppi, hanno riletto e allargato la propria vocazione oltre gli incontri tra persone credenti LGBT.

Un prima forma di testimonianza che ho potuto sperimentare è ad esempio quella verso i non credenti, per i quali la Chiesa rappresenta un contesto chiuso e ostile verso le persone omosessuali e transessuali. Non ci si pensa spesso ma come credenti LGBT ci troviamo spesso a dover difendere noi stessi sia dai cristiani che condannano l’omosessualità sia da coloro che sono ostili alla Chiesa, ma la nostra presenza è paradigmatica per quello che riguarda la diversità e la non omogeneità di pensiero in molti contesti.
Nell’ambiente dell’attivismo LGBT è senza dubbio agevole parlare della propria fede tanto quanto in un gruppo parrocchiale parlare di corporeità, sessualità, emozioni e passioni.

A poco a poco l’esistenza dei credenti LGBT ha reso anche le mie amicizie più significative, sapere di non essere così diverso dagli altri mi ha aiutato empaticamente ad avvicinarmi agli altri, in particolare ai miei amici ma anche ai familiari, troppo spesso tenuti per ultimi nella lista dei coming out che facciamo.

Penso agli amici più cari coi quali mi sono confidato, che spesso mi hanno ringraziato per la confidenza, a distanza di anni, perché il mio coming out, assieme ad altri, li ha aperti alla conoscenza di una affettività più ampia e incredibilmente arricchente, anche se di fatto non abbiamo fatto altro che essere noi stessi e nulla più.

Nella ricerca di una comunità nei gruppi di credenti LGBT penso al Gruppo Davide di Parma, gruppo di genitori con figli LGBT, dai quali ho più volte appreso come abbiano riletto la propria fede alla luce del coming out dei figli, e dei quali fanno parte anche persone LGBT. Ad oggi in alcuni gruppi italiani i genitori stanno diventando parte attiva di questo movimento, o addirittura, ed è il caso di Reggio Emilia, sperimentatori di una pastorale ordinaria parrocchiale che includa persone LGBT, familiari, amici, parrocchiani, coloro che sono incuriositi da questo tema.

Penso infine agli operatori pastorali, con molti dei quali si creano e nascono collaborazioni sempre più strette all’interno dei gruppi, grazie a loro come cristiano LGBT ho fatto esperienza di una vicinanza maggiore anche da parte della Chiesa, non ultimo il lavoro svolto assieme ai tanti giovani cristiani LGBT italiani per lo scorso Sinodo dei Vescovi nel 2018 dal titolo “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”.

Queste esperienze di dialogo inedite, sempre più accoglienti il cammino dei cristiani LGBT nelle chiese, si muovono verso la costruzione di un percorso di dialogo tra quelle che sono le istituzioni ecclesiali ed i laici che ne fanno parte. Quello che p. James Martin, gesuita americano, ha definito “Un ponte da costruire” nel suo libro omonimo.

Ebbene non so dove saremmo a quest’ora se chi è riuscito a togliersi le vesti della vittima non l’avesse fatto, se da lì non avesse iniziato, controcorrente e senza molti sostegni, a cercare di vivere la propria esistenza alla luce del Vangelo, incoraggiando gli altri a cercare quella strada difficile di liberazione che è in grado renderci più autentici, di essere più vicino a chi si sente escluso, affinché nessuna vittima di una qualche forma di ingiusta discriminazione non diventi a sua volta un altro carnefice.

Guardando indietro a quanto è accaduto non posso non essere grato verso coloro che hanno veramente seminato nelle lacrime, senza speranza alcuna, e hanno dovuto attendere decenni prima di vedere qualche apertura. A loro va il mio più sentito grazie.

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