Perchè ritrovarci insieme per la “Serata contro l’omobitransfobia” di Torino

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Dialogo di Di Giusi (Giuseppina) D’Urso, de La Tenda di Gionata, con gli organizzatori della storica “Serata contro l’omobitransfobia” di Torino

Come Progetto Gionata abbiamo chiesto agli organizzatori della storica Veglia di Torino contro l’omobitransfobia di raccontarci di se stessi e la “serata contro l’omotransfobia” online, che il 17 maggio ha il posto della Veglia a causa del problema sanitario creato dal Covid-19.

La Veglia/Serata di Torino è il frutto della collaborazione fra Chiesa locale valdese e il giovane gruppo di credenti LGBTQ, denominato “Il pozzo di Sicar”, sorto a Torino nell’autunno del 2019, due cammini. Le esigenze dei “partner” sono simili e vengono a congiungersi nel bisogno che il percorso di fede divenga un processo di “liberazione” che realizzi la piena umanità creaturale di ciascuno.

Superando ogni forma di discriminazione e di recinzione che visioni troppo dogmatiche, impregnate di stereotipi, hanno perpetrato per secoli non solo verso le persone LGBTQ, ma verso tutti coloro che si distanziavano da un modello ontologico eterosessista binario, che vedeva nel maschio, bianco, possibilmente benestante, il paradigma umano per eccellenza.

Punto di congiunzione ideale per ogni percorso di fede liberante il versetto scelto per le Veglie di quest’anno: “Non c’è qui né Giudeo né Greco; non c’è né schiavo né libero; non c’è né maschio né femmina; perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù” (Gálati 3,28).

Quando nasce l’iniziativa di Torino?

La serata pubblica della Chiesa Valdese di Torino contro l’omotransfobia viene fatta continuativamente dal 2009 in forme diverse: culti, serate informative, dibattiti, ecc. L’attuale forma è stata un’evoluzione negli anni.

Cosa spinge la comunità valdese a interessarsi delle discriminazioni a fondo omofobico, e come le integra in una più generale lotta contro ogni forma di discriminazione

L’interesse per il binomio fede e omosessualità non nasce dall’istituzione ma dal basso, dai e dalle credenti che si interrogano e interrogano la Bibbia e cercano percorsi possibili. Il dibattito nasce ad Agape Centro Ecumenico che dal 1979 organizza un campo fede e omosessualità, oggi campo gay. Le chiese valdesi restano un po’ ai margini e si trovano coinvolte in un acceso dibattito di posizionamento sull’accoglienza degli omosessuali (questi sconosciuti?!) negli anni ‘90 quando un gruppo di credenti lgbt fonda la rete evangelica fede e omosessualità (REFO) per costruire ponti e sostenere innanzitutto i membri delle chiese valdesi che non riescono a vivere con serenità la loro omosessualità perché circondati da pregiudizi e bigottismo.

Si apre un percorso discontinuo più interno alla chiesa e al Sinodo, che è l’organo di massima espressione decisionale della chiesa valdese, fino al 2009, anno in cui il sinodo mette in discussione la possibilità di fare benedizioni di coppie dello stesso sesso pur non avendo ancora una legge per il matrimonio egualitario.

Nel 2010 il Sinodo approva la possibilità da parte delle singole chiese di celebrare benedizioni di coppie dello stesso sesso, quando almeno uno dei coniugi sia membro di chiesa, dopo un percorso all’interno delle chiese locali con dibattiti, serate informative e studio dei testi biblici.

Il lavoro della REFO ha messo in evidenza gli ancora troppo evidenti strati di omofobia presenti nelle chiese e ha cavalcato una campagna di sensibilizzazione sul tema, di elaborazione di incontri per sottolineare che quegli illustri sconosciuti erano anche i fratelli e le sorelle in Cristo con cui si facevano attività. Il progetto della REFO nasce in collaborazione con la Federazione Giovanile Evangelica in Italia (FGEI) che dagli anni ‘90 ad oggi ha continuato a sensibilizzare i più giovani riguardo le tematiche di genere in generale e ha oggi un percorso tematico su fede e omosessualità che si chiama #giovedìqueer con la pubblicazione un giovedì al mese di un contenuto su fede e omosessualità .

Tutto questo per dire che l’interesse della chiesa valdese è rivolto non solo alla discriminazione ma alla vita dei credenti lgbt liberata e se possibile riconciliata. Se dovessi riassumere sinteticamente: la chiesa valdese è interessata a dire un chiaro no all’omofobia e alla transfobia perché è interessata a promuovere un rapporto non oppositivo tra fede e omosessualità, per testimoniare che la Bibbia può non essere utilizzata per minacciare, intimorire e negare la vita a persone che hanno tutto il diritto di amare e di vivere alla luce del sole le loro relazioni che le sono state date dal Signore.

Come avete organizzato online la Veglia di quest’anno

La “serata”, in quanto non abbiamo mai usato la definizione di “veglia”, è stata organizzata come ogni anno da un gruppo di lavoro che comprende diversi componenti della chiesa valdese, dietro mandato del Concistoro della Chiesa valdese. Insieme si sceglie il tema della serata, le persone da coinvolgere, ecc. La bella novità di quest’anno è la collaborazione di un gruppo di cristiani cattolici LGBT.

Parliamo del gruppo di cristiani LGBT “Il pozzo di Sicar”?

Il gruppo “Il pozzo di Sicar” è nato a seguito di un ritiro organizzato lo scorso anno dal Tavolo “Fede e Omosessualità” della Diocesi di Torino. In quell’occasione era emerso da più persone il desiderio di un percorso di approfondimento e confronto sulle Scritture da fare con continuità e, stimolati anche dalle testimonianze di amici presenti al ritiro che appartenevano ad altri gruppi LGBT o gruppi di genitori di persone LGBT, ci siamo ritrovati per interrogarci sulla possibilità di costituire un piccolo gruppo a Torino: da settembre 2019 abbiamo iniziato a trovarci regolarmente a cadenza mensile.

Sebbene il gruppo sia ancora ai suoi primi passi e non abbia ancora un carattere definito, le esigenze e le finalità emerse nei primi incontri preparatori sono state le seguenti:

  • proseguire nella propria personale ricerca Spirituale;
  • costruzione di un posto in cui “sentirsi a casa”, conciliando il proprio essere cristiani e persone LGBTQ e potendosi esprimere in massima trasparenza, senza veli;
  • approfondire la ricerca Biblica,
  • condividendo la propria esperienza ed il proprio modo di seguire il Signore;
  • ritrovare un senso di appartenenza battesimale;
  • testimoniare nella Comunità cristiana la presenza di persone LGBT;
  • testimoniare valori di reciprocità, rispetto delle differenze e condivisione, che fanno parte della Pace e della Fraternità cristiani;
  • testimoniare nella comunità gay, il credo di valori cristiani.

Inoltre sono emerse alcune modalità che vorremmo caratterizzassero il gruppo:

  • ricerca e studio sulla Parola;
  • momenti di preghiera in comune;
  • approfondimenti e riflessioni comuni su temi dedicati (e.g.: dignità del corpo, senso della testimonianza);
  • testimonianza attiva assenza di connotazione politica/ideologica (no rivendicazioni).

La scelta del nome “Il pozzo di Sicar” la consideriamo un buon auspicio per rappresentare un luogo in cui poter essere se stessi e crescere nella nostra consapevolezza spirituale (oltre che essere un passo del Vangelo di Giovanni caro a molti di noi). Alcuni membri del gruppo hanno partecipato negli scorsi anni alle serate proposte dalla Chiesa Valdese di Torino e qualche mese fa siamo entrati in contatto con gli organizzatori che ci hanno coinvolto nella preparazione della serata di quest’anno.

Che valore date alla “testimonianza”. E’ un processo che parte dal basso, ma non rischia di rimanere univoco e non biunivoco rispetto al ricevente. Specie in considerazione del versetto scelto quest’anno per le Veglie: “Non c’è qui né Giudeo né Greco; non c’è né schiavo né libero; non c’è né maschio né femmina; perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù” (Gálati 3,28).

La principale testimonianza che le nostre serate possono portare all’esterno è la dimostrazione che si può essere cristiani e non omofobi, e che attraverso la mutua conoscenza e lo studio si possono superare i pregiudizi che hanno segnato la vita delle persone omosessuali all’interno della chiesa.
Per quanto riguarda il versetto scelto, affinché possa essere comprensibile ai partecipanti necessita di antefatti perché la forma “versetto” non aiuta la comprensione alle persone che non conoscono le Scritture. Per questo motivo abbiamo ritenuto importante inserire una riflessione biblica all’interno della serata.

Cosa manca alle chiese in generale per avviare un percorso di reale emancipazione al loro interno di ogni persona discriminata

Secondo la prospettiva di una giovane pastora di una chiesa riformata progressista (che ricorda le risse con i colleghi luterani ungheresi e rumeni ortodossi), alle chiese tutte manca umiltà e capacità di mettersi in ascolto.

Un membro della chiesa valdese aggiunge: in particolare la nostra chiesa riformata, ha le risorse sia umane che teologiche per mettere in pratica la totale integrazione delle persone discriminate. Il reale problema è la lotta ai pregiudizi preesistenti nei singoli membri di chiesa.

Alcuni membri de “Il pozzo di Sicar”, concordando pienamente nell’individuare la mancanza di umiltà e di ascolto, aggiungendo che secondo loro manca il coraggio di rimettere in discussione alcune interpretazioni che sono diventate presupposti istituzionali.