“Il Signore è lo Spirito; e dove c’è lo Spirito del Signore, lì c’è libertà”” (2Cor 3,1-18 )

il

Scheda esegetico-omiletica su 2Corinzi 3,1-18 di Luca Maria Negro*

La seconda lettera dell’apostolo Paolo ai Corinzi ha uno stile “più appassionato e polemico” rispetto alla prima, e questo è il motivo: “L’autorità di Paolo è stata messa in discussione, il suo lavoro passato e le sue stesse intenzioni sono state poste in cattiva luce da certi predicatori, attivi a Corinto dopo di lui. Di conseguenza, Paolo è preoccupato di difendersi, di spiegare quali veramente sono stati il suo ruolo e la sua attività” e “la vera natura del suo compito” (dall’introduzione alla II Corinzi, Traduzione interconfessionale in lingua corrente).

Il capitolo 3 della lettera è tutto all’interno di questa preoccupazione apologetica (o “difensiva” che dir si voglia): Paolo, diversamente dai suoi avversari, non ha bisogno di lettere di raccomandazione (3,1), perché gli stessi cristiani di Corinto (comunità che egli ha fondato) sono la sua lettera di raccomandazione, scritta non con inchiostro ma con lo Spirito di Dio vivente, non su tavole di pietra ma nei cuori dei credenti (3,3).

Dio ha reso Paolo “ministro” – ma attenzione, non si tratta di un ruolo di potere: nel testo greco la parola è diàkonos, letteralmente “servitore” – di un “nuovo patto”, quello annunciato dal profeta Geremia (31,31ss.), una nuova alleanza in cui la legge divina sarà scritta sul cuore dei/delle credenti (Ger. 31,33), dunque un “nuovo patto, non di lettera ma di Spirito; perché la lettera uccide, ma lo Spirito vivifica” (II Cor. 3,6).

Questo “servizio” del nuovo patto è più glorioso del ministero dell’antico patto, e ciò fa sì che l’apostolo possa comportarsi “con molta franchezza” (v. 12), parlando apertamente, senza veli come invece doveva fare Mosé quando, stando a colloquio con il Signore che gli comunicava la sua Torah, la pelle del suo viso diventava “tutta raggiante” (Es. 34,29).

Notiamo per inciso che l’esegesi paolina di Esodo 34 è particolare: “nel passo originario il velo è dovuto al fatto che per gli Israeliti la gloria del volto di Mosé era accecante”, mentre per Paolo “la magnificenza del suo ministero non è transitoria come lo splendore sul volto di Mosé che si velò affinché i figli d’Israele non notassero la scomparsa della luminosità. Questa è l’interpretazione che dà Paolo per mettere in risalto, nel modo più radicale possibile, la caducità e la transitorietà del ministero della legge” (Heinz-Dietrich Wendland, Le Lettere ai Corinti, Paideia, Brescia 1976, p. 337).

Siamo così arrivati al v. 17, quello prescelto per la Veglia di preghiera 2022: “Ora, il Signore è lo Spirito; e dove c’è lo Spirito del Signore, lì c’è libertà”. Ci possiamo porre due domande. La prima: chi è il “Signore” di cui si parla? Dio o Cristo? La maggior parte dei commentatori ritiene che si tratti di Gesù Cristo, in quanto l’espressione “il Signore” in Paolo normalmente si riferisce a Cristo.

Tuttavia non è sempre così, in particolare quando l’apostolo cita un testo biblico o comunque lo commenta, come in questo caso con Esodo 34. Quindi non è necessario interpretare l’espressione in senso cristologico: “Quando Paolo dichiara che ‘Il Signore è lo Spirito’ vuole sottolineare che il Signore a cui i Corinzi si sono rivolti al momento della loro conversione è il Dio di quel nuovo patto che opera attraverso lo Spirito e non attraverso la lettera” (Victor Paul Furnish, II Corinthians, The Anchor Bible, Doubleday, New York 1984, p. 236).

La seconda domanda è: perché Paolo mette in collegamento lo Spirito con la libertà? Il termine “libertà” compare solo qui nella II Corinzi, ma nel pensiero di Paolo lo Spirito è spesso connesso con la libertà. Nel nostro contesto il collegamento potrebbe essere duplice. Da un lato, la libertà portata dallo Spirito è libertà dalla legge intesa in senso legalistico e letteralistico; non per vivere senza regole ma per adempiere la legge attraverso l’amore (cfr. Galati 5,13-14: “Voi siete stati chiamati a libertà… per mezzo dell’amore servite gli uni agli altri; poiché tutta la legge è adempiuta in quest’unica parola: Ama il suo prossimo come te stesso”). Libertà è vivere nello Spirito, perché “la lettera uccide, ma lo Spirito vivifica” (3,6).

D’altro lato, il collegamento tra Spirito e libertà potrebbe aver a che fare con la “franchezza” di cui si parla al v. 12. La “franchezza” (in greco: parrhesìa) è più che parlare senza peli sulla lingua: il termine “fu usato dapprima nella sfera politica per designare il diritto di una persona a parlare” (Furnish, op. cit., p. 206).

La franchezza, quindi, è diritto e libertà di parola: nel caso dell’apostolo, diritto ad affermare chiaramente il carattere “glorioso” del ministero del nuovo patto, una gloria che però non non è “vanagloria” umana ma deriva dalla possibilità che ci è data di contemplare, “a viso scoperto… come in uno specchio la gloria del Signore” e di essere “trasformati nella sua stessa immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione del Signore, che è lo Spirito” – così si conclude il capitolo al v. 18, ribadendo il concetto già espresso al versetto precedente sull’identità Signore/Spirito.

Dopo aver cercato di tratteggiare il significato del nostro versetto nel suo contesto, resta da chiedersi come sia possibile attualizzare il messaggio paolino nella nostra situazione, e specificamente nel contesto della Giornata di lotta e contrasto all’omo-bi-transfobia.

Potremmo forse ritenere, di questo brano (suggeriamo di leggere l’intero capitolo 3, dal v. 1 al v. 18), tre parole-chiave, oltre naturalmente allo Spirito, che è la chiave di volta di tutto.

La prima parola è libertà, appunto, intesa come libertà dalla “lettera” della legge. Poiché la legge si adempie attraverso l’amore, la Chiesa deve sentirsi libera di accogliere le persone omosessuali, bisessuali e transessuali, superando antichi pregiudizi e persino prescrizioni più o meno esplicite, perché il nuovo patto in Cristo e nel suo Spirito non è di lettera, appunto, ma di Spirito.

La seconda parola è franchezza (v. 12): nella libertà dello Spirito la Chiesa è chiamata non solo ad accogliere, ma a riconoscere pieno diritto di parola e di affermazione alle persone LGBTQ+; a essere, come si dice, non soltanto welcoming (accogliente) ma anche affirming (affermativa), cioè una comunità che afferma il diritto alla piena espressione delle minoranze sessuali e delle loro relazioni. La franchezza è la possibilità di “uscire dall’armadio”, di fare coming out anche nelle chiese, e non essere più obbligati a nascondere se stessi, la propria identità di genere, il proprio orientamento sessuale e le proprie relazioni affettive.

La terza parola è gloria (greco: dòxa). Essere ministri del nuovo patto non di lettera ma di Spirito significa essere partecipi della gloria del Signore, perché veniamo “trasformati nella sua stessa immagine, di gloria in gloria” (v. 18). Dunque non dobbiamo essere timidi, non dobbiamo vergognarci, tacere o minimizzare le aperture rese possibili dalla nuova comprensione dell’Evangelo che ha suscitato in noi lo Spirito di libertà, ma al contrario possiamo – insieme ai nostri fratelli e sorelle omosessuali, bisessuali e transessuali – affermare la nostra “fierezza” per essere stati “resi idonei a essere ministri di un nuovo patto” (v. 6).

Già, fierezza, una parola che il movimento omosessuale utilizza quando parla di Pride (meglio tradurre con “fierezza”, piuttosto che “orgoglio”). Una Chiesa accogliente e che “afferma” e valorizza le persone LGBTQ+ può esprimere “fierezza” per questa visione, certamente nella consapevolezza che “non già che siamo da noi stessi capaci di pensare qualcosa come se venisse da noi; ma la nostra capacità viene da Dio” (v. 5).

* Luca Maria Negro, pastore battista, è stato presidente della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia dal 2015 al 2021, direttore del settimanale Riforma dal 2010 al 2016. Dal 2001 al 2010 segretario per le comunicazioni della Conferenza delle chiese europee (KEK). Dal 1992 al 2001 direttore di “NEV – Notizie Evangeliche” e dal 1995 al 2001 segretario esecutivo della FCEI.

Pubblicità